Roma Capoccia

Il titolo è orrendo, perché di libri sulla romanità, da Pasolini a Totti, ce ne sono così tanti che chiamare l’ultimo uscito come una canzone di Venditti pare proprio masochista. Però, se uno lo conosce un po’, sa che Lanfranco Caminiti, ex-autonomo meridionalista narratore enologo, ultimamente si è sbattuto molto per pubblicare Accattone (devo dirvelo che è una citazione?), una sorta di cronaca di Roma rielaborata in formato rivista da autori, più o meno giovani, di belle speranze e di immancabile precarietà. Non che li conosca di persona: ma lo si capisce, perché quegli stessi nomi li vedi apparire spesso come recensori sui giornali, sceneggiatori di fiction, blogger, giocatori di calcetto e capisci che se non sei ricco come lo trovi il tempo di scrivere un grande romanzo? Vabbe’, non divaghiamo. Insomma, se uno conosce Caminiti sa che non è mai banale.


Roma Capoccia raccoglie 23 dei racconti usciti su Accattone nell’annetto di vita tra 2004 e 2005: chi se l’è persa, con il Bignami di DeriveApprodi capisce di che si trattava. La parte più bella, devo dire la verità, è la prefazione del curatore Caminiti. Spiega meglio dei racconti stessi il rapporto tra narrazione e metropoli. C’è molto disincanto: scapigliature e bohèmes non hanno cittadinanza nella Roma di Veltroni in cui la cultura è un’industria, anzi, l’industria è la cultura. Se un’idea narrativa funziona, come prometteva Accattone, non può essere semplicemente venduta alle persone che se ritengono la comprano e sennò, no: deve diventare un'”operazione”, roba da pubblicitari.

Mirabile l’incontro con l’editore di Repubblica raccontato da Caminiti. Repubblica, oltre che in edicola, veniva anche distribuito porta a porta; il caso vuole che il distributore, insieme, lasciasse anche Accattone sullo zerbino; la corazzata del giornalismo insieme a un gozzetto da faraglioni. Ebbene: Repubblica impose al distributore di non portare più Accattone a casa della gente, perché doveva lanciare una sua pagina quotidiana dedicata alla Città Eterna vista da narratori, poeti, artisti: di solito, una pagina di una banalità sconcertante, rispetto ad Accattone, che quindi era un disturbante concorrente. E non sarebbe mai diventato un'”operazione”. Il marketing è marketing, exit Accattone che infatti chiuse dopo poco.

I racconti? Be’, voglio essere sincero: letti in un libro, scivolano un po’ addosso. Il fantasma di PPP è sempre lì, lo scorcio pittoresco da cartolina non manca mai, le buzzicone le mignotte i froci la droga la pajata venditti… nemmeno. Forse mancano Villa Borghese wi-fi, Ikea e la Romanina, le radio della Roma. Ma non è colpa loro se i racconti non lasciano il segno: è davvero “cronaca” di Roma che non vuole diventare Storia né Letteratura. Sono articoli scritti per essere letti ogni settimana e poi magari buttati, non per arredare i salotti. Per quello bastano Repubblica e le sue “operazioni”.

2 comments so far

  1. lorenzo on

    insomma un libro contro Repubblica? Mi sa che me lo devi prestare.

  2. Anonimo on

    si’ ma la parte antirep e’ tutta nella prefazione linkata nel post. E poi l’ho preso in biblioteca.


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