Dalia nera

Presentato a Venezia, Dalia Nera di Brian De Palma è tratto da un romanzo di James Ellroy, autore di lunga carriera e di grandi vendite, come L.A. confidential o American Tabloid. Di recente, nonostante sia sempre stato uno scrittore di bestseller polizieschi, è diventato uno scrittore cult per il pubblico giovane e vagamente no global anche grazie ai tanti autori che al suo stile narrativo si sono ispirati.

Uno su tutti, anzi cinque, Wu Ming: lo stile dell’adorato Q deve molto a un altro romanzo storico, American Tabloid appunto. Basta confrontare le frasi spezzettate, da “duro” del cinema anni ’50, quando la brevitas dei duri era anche dovuta al difficile doppiaggio dell’americano biascicato dagli attori di Hollywood.

Se L.A. confidential vi sembrava un giallo un po’ confuso, dopo aver visto Dalia Nera vi sembrerà un episodio de “La signora in giallo”. Ma difficilmente si poteva fare di meglio. Il romanzo si svolge nella Los Angeles immensa di mille sobborghi, come sempre in Ellroy. Sì, c’è un caso che impegna il LAPD, ma Ellroy nelle diverse centinaia di pagine del romanzo preferisce perdersi nelle vicissitudini sociali ed esistenziali dei protagonisti, tra pugni, donne e benzedrina. Anche quando non portano il lettore da nessuna parte, se non nei Dark places della memoria di Ellroy. In Dalia Nera si parte con le sommosse di Watts, appare un serial killer e poi scompare, due poliziotti si scontrano sul ring e diventano amici, un ex-criminale torna in libertà per vendicarsi, i poliziotti litigano seguendo un caso splatter: troppe storie in una. E alla fine il giallo si diluisce nelle digressioni, si conclude in maniera qualunque e non c’è alcuna suspence. Il libro non perde forza, anzi: si capisce subito che l’ossessione di Ellroy non è la soluzione del caso, che di per sé richiederebbe forse un decimo delle pagine ma la comprensione del contesto, e anche il lettore si appassiona più agli effetti collaterali. Ma Dalia Nera non può diventare un semplice thriller, nemmeno nelle mani di De Palma.

L’impressione è che il regista abbia voluto semplicemente omaggiare un simile romanzo, cercando di riversare quell’atmosfera in oltre due ore di film. Missione impossibile: chi ha letto il libro sa che è proprio quel ritmo faticoso a far penetrare nel mondo di Ellroy, e un film non dura abbastanza; chi non ha letto il libro, invece, si aspetterà un thriller, e Dalia Nera è troppo sgangherato. Nel film qualche caduta di regia c’è: la rivolta di Watts sembra un balletto di West Side Story; il poliziotto protagonista passa le sue giornate al parco a leggere il giornale, assomigliando più a un pensionato che al mejo fico di Los Angeles. Ma De Palma è assolto, nel complesso. E’ che è proprio difficile.

My dark places, una sorta di autobiografia dello scrittore, mostra come molti suoi personaggi (il maniaco, il nazista, l’alcolizzato, l’investigatore) siano ispirati ad Ellroy stesso, che nella vita ha interpretato molti ruoli marginali prima di diventare uno scrittore affermato. Il mondo secondo Ellroy assomiglia più ai quadri di Hopper, pieni di storie disordinate chiuse dietro le vetrine di una tavola calda, che alle trame perfette di Agatha Christie. Ellroy lo racconta senza piaggeria né gusto pulp. Non che il sangue non ci sia, ma l’autore non ha nostalgia per una gioventù cui è sopravvissuto con qualche difficoltà. Molti, sulla base di quelle esperienze e del successivo benessere, diventerebbero comprensivi verso il prossimo, amplierebbero le proprie vedute, si butterebbero a sinistra. Lui non ci pensa nemmeno: non si vergogna della sua ricchezza, lavora sodo per aumentarla, vende sceneggiature scadenti ai produttori, scrive su commissione per GQ o Vanity Fair, è favorevole alla pena di morte, non parla di politica (leggi l’intervista). A lui ha detto bene, ne è uscito ma non ha pietà per chi ci è passato dopo. Sembra facile a dirsi, ma due ore di film non bastano.

1 comment so far

  1. Mexxnz on

    test


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